Into the future

Sento suonare per l’ennesima volta la sveglia, sarà almeno la terza!
Penso sia il suono che odio di più al mondo, come penso lo odino tutti i nottambuli.
Da quando ho memoria, non ha mai rappresentato un momento positivo, come d’altronde non è mai per me positivo svegliarsi in maniera innaturale.
Un giorno mi spiegarono, tra l’altro, che l’effetto sul cuore provocato dal suono della sveglia può causare stress cardiaci preoccupanti nel tempo.
Penso che da allora il mio cervello abbia assunto una precauzione contro questo probabile evento, non attivandosi mai prima del terzo o quarto squillo.
Svegliandomi definitivamente mi accorgo che in realtà non è la sveglia del mio cellulare, mi stanno proprio chiamando.
Apro un occhio, butto uno sguardo al display verde fluorescente e vedo che nel riquadro bianco contenente le informazione sulla chiamata, compare il nome di Claudio a fianco del suo bel faccione adorno di un paio di immensi occhiali gialli da clown.
In quel momento il mio cervello si attiva di colpo, lasciando perdere qualsiasi ipotesi sugli stress cardiaci, raduna all’istante tutte le informazioni necessarie e mi ricorda che oggi c’è la grande assemblea, forse la più importante di tutta la storia dell’accademia!
Non ho il coraggio di rispondere ma devo, ho affrontato innumerevoli situazioni molto più difficili e pericolose.
Cerco di fare, anche se sarà impossibile, la voce più sveglia e squillante che posso.
“Buongiorno Cla! So perché mi chiami, sto arrivando”
“Grande Luca, buongiorno a te! Ti vorrei far presente che tutte le circa 200 persone sono già qui, manchi solo te e fra dieci minuti compariranno le alte cariche per il discorso ufficiale, quindi muoviti!”
“Lo so, lo so, davvero, 5 minuti scarsi e sono lì!”
“Come no, dai. Non dirmi che ieri sera sei poi andato a suonare a quella festa! Che ora hai… Vabbè me lo racconti dopo. Su, muoviti!”
E chiude la comunicazione
Cazzo, ha ragione, non me l’ha detto incazzato, ormai mi conosce, ma l’antifona è chiara: come sempre sono in ritardassimo e a rischio di mettermi in un mare di guai!
Per l’ennesima volta tra l’altro!
Mi ricordo solo ora che ieri sera ho suonato alla festa di compleanno di una matricola molto carina.
Sì, mi diverto a fare il Dj alle feste, adoro la musica vissuta in qualsiasi maniera: ascoltata, ballata o suonata.
A proposito della festa di ieri sera…
Allungo, senza voltarmi, la mano indietro verso la parte opposta del letto nella speranza di sentire solo del vuoto. Trovo invece una presenza umana che al mio tocco si muove ed emana un flebile gemito assonnato.
Mi giro, i capelli castani stesi sul cuscino e la schiena tatuata con un enorme fiore lungo tutta la spina dorsale per metà scoperta dalle lenzuola, non lasciano dubbi, la festeggiata, finita la festa, mi ha seguito nel mio alloggio.
Ho sempre venerato i Dj come una figura mitica delle mie serate, come il personaggio indispensabile senza il quale il divertimento non poteva esistere e a cui solo lui poteva dargli inizio.
A un certo punto ho quindi voluto iniziare a far parte anch’io di quell’elite e la mia vita sessuale ne ha di sicuro giovato, come dimostra ciò che ho davanti.
La devo svegliare di soprassalto, anche se ciò mi dispiace immensamente.
Dannazione non ricordo il nome, pazienza.
“Forza svegliati tesoro, devo uscire immediatamente e tu non puoi rimanere qui!”
“Perché tutta questa fretta? Dove dobbiamo andare? Oggi non c’è neanche lezione vista la grande assemblea. Dai rimaniamo un po’ qua!”
“Appunto! La grande assemblea. Inizia fra 10 minuti e se non sono lì in tempo sono spacciato!”
“Ma come non sei una recluta anche te? Cosa? Sei un militare a tutti gl’effetti?”
“Diciamo dì sì… Svelta non ti posso spiegare!”
Comprendo la sua incredulità.
Quando suono come Dj non dico mai i miei gradi.
Non crederebbero mai che un ufficiale ha certe passioni e le ragazze di sicuro non avrebbero il coraggio di avvicinarsi o farsi avvicinare.
Tra l’altro dimostro quasi un decina d’anni in meno e questo mi aiuta di sicuro.
A dire il vero in qualsiasi situazioni cerco sempre di nascondere i mie gradi, odio queste cose militaresche, il rispetto solo per delle spille su una giacca.
Mi alzo dal letto, la scopro, accendo tutte le luci e inizio a cercare i vestiti mentre ripeto in continuazione: “svelta, svelta, svelta, fuori di qui!”

Mi blocco a guardarla.
È molto più carina di quanto sembrava ieri sera, cosa strana per una donna appena sveglia.
Sarà per la sua bellezza innocente che la nudità, interrotta solo da un intimo striminzito, la fa risaltare.
Ha i capelli corti, poco meno di un caschetto, castano chiaro che ora, alla luce, noto striati da mesh bionde.
Naso e zigomi leggermente pronunciati incorniciano due splendide labbra carnose al punto giusto che esprimono una sensualità non sfacciata.
Occhi castani che sembrano scelti ad hoc da uno stilista per fare pendant coi capelli.
Magra, forse un filo troppo per i miei canoni di perfezione, ma slanciata con forme giuste e seni quasi importanti rispetto al resto della corporatura.
Bella, non bellissima, però molto particolare come piacciono a me.

Mi sblocco, richiudo la bocca e torno a cercare i miei vestiti nel disordine della stanza.
Il mio alloggio, seppur grande, causa l’enorme confusione regnante può sembrare ad una prima occhiata poco più di uno sgabuzzino.
Nel centro esatto della stanza si trova il letto a due piazze, basso e in legno come andava di moda agli inizi degl’anni 2000, costantemente sfatto e ricoperto dalle lenzuola più strane e psichedeliche che l’intero sistema solare può offrire.
Ma sono fatto così, amo le cose il più particolari possibili.
Subito dietro la bassa spalliera del letto, un grosso vetro a lcd di due metri per due riproduce le immagini dei miei quadri preferiti, cambiano ogni 5 minuti a seconda dell’ora del giorno e delle luci nella stanza.
Ora è raffigurato un Warhol, “Cars”.
Dietro al letto separato da un muro in vetrocemento, c’è il mio studio da ufficiale dove ricevo tutte le comunicazioni dal comando della flotta e sbrigo le sempre odiate scartoffie per ogni minimo volo, escursione o attività seppur insignificante che svolgo.
In qualsiasi lavoro che ho affrontato nella mia vita ho sempre odiato la parte burocratica e questo è stato un ulteriore motivo e causa dei miei problemi disciplinari.
In fondo al letto invece ci sono i quattro proiettori olografici per l’olovisione 3D oltre i quali si sviluppa la cucina, neanche a dirlo quasi mai utilizzata se non per cene con amici.
Alla sinistra del letto, a fianco della porta d’ingresso alla stanza, c‘è il bagno. Anche se può sembrare strano è l’unica parte decente dell’alloggio.
Nonostante tutto ci tengo all’igiene e lo pulisco spesso, sono quasi maniacale in effetti.
Alla destra del letto c’è la zona che preferisco: il grande oblò, dove 24 ore al giorno posso ammirare la Terra e la distesa sconfinata di stelle nel nero dell’universo, oltre che al singolare ed alieno suolo lunare.
Non avrei mai immaginato, fino ad anche solo pochi anni fa, che un giorno sarei stato in un posto del genere e avrei visto un panorama simile, soprattutto dopo la mia gioventù burrascosa.

La ragazza nel cercare i suoi vestiti incappa nella mia divisa.
Maledetto disordine.
Nel notare i gradi sul petto si irrigidisce, si gira a bocca semi aperta e non parla.
“Sì, sì, dai non ti posso spiegare la mia vita adesso, ti prego. Finisci di vestirti e andiamo!”
Non parla, indossa un bel vestito verde senza spalline.
Le fascia il seno risaltandolo con l’aiuto di qualche pietra dello stesso colore lungo il bordo del decolté.
Il resto del vestito le cade morbido sul corpo fino a metà coscia. Sembra quasi indipendente dalla gravità e ad ogni suo movimento si sposta leggerissimo sul suo corpo risaltandone le forme.
Distolgo lo sguardo ebete che era su di lei, cerco le scarpe sotto al letto, le trovo, faccio un check delle cose da prendere, afferro lei per un braccio e la trascino fuori.
La stanza si chiude automaticamente quando non sente più alcuna presenza umana all’interno e rileva la mia subito fuori.
La guardo, con aria afflitta già come per scusarmi di quello che dirò.
“Ora torna nei tuoi alloggi, ti prego di dire con le tue amiche al massimo che col Dj è andata bene, se è andata bene, e di non fare alcun riferimento ai miei gradi. Non vorrei mai e poi mai arrivarci, ma se viene fuori è la mia parola contro la tua. Mi dispiace sei un tesoro”
Il suo sguardo che prima era sorpreso ora si è fatto più incredulo.
Annuisce ed accenna ad un timido “ok”
Non capisco del tutto questo suo essere così spaventata o dannatamente incredula.
Ok sono un ufficiale, ma il mio nome non lo sa di preciso e ci sono cariche ben più alte della mia.
Questa volta mi dispiace più del solito, forse perché lo è venuto a sapere o forse perché in quei pochi attimi condivisi insieme ho sentito in lei qualcosa di diverso dalle altre.
Non ho tempo per pensarci adesso, mancano 3, forse 4, minuti.
Corro, evito i tapis roulant, a piedi faccio prima.
Percorro il tunnel che dallo stabile degli alloggi porta al centro congressi, una cupola di vetro e ossatura in metallo da una cinquantina di metri di raggio.
E’ talmente grande e non ne capisco il motivo.
Per una stazione di quelle dimensioni è fin tropo, forse è pronta per accogliere eventuali ospiti alieni, anche se non ne è stata ancora ufficializzata la loro esistenza alla gente comune?

Mi ricordo ancora quando eravamo in esercitazione nella parte buia della Luna per le prove di volo radar assistito, quando ci chiamarono dal centro di controllo per un rientro urgente.
Come al solito mi piaceva ritardare il rientro più del dovuto, forse per mantenere un distacco con la cieca obbedienza imposta dalla divisa.
Quando tutti gli altri erano già alla base e alla radio stavano strillando ordini di rientro immediato, decisi di rispondere, tutta questa agitazione mi sembrava un po’ esagerata.
“Ok, ok, rientro, non c’è bisogno di scaldarsi tanto, sapete che mi piace fare un ultimo giro prima di tornare”
La voce che rispose non era la solita del ragazzo della torre di controllo, ma quella del comandante della base
“Soldato Marzocchi, non le è stato insegnato che ai comandi non si discute soprattutto se seguiti dalla parola urgente!
Rientri immediatamente o saranno presi provvedimenti seri contro di Lei”
Quante volte avevo già sentito quelle parole, ma in quell’occasione suonavano più minacciose del solito.
“Ok rientro immediato”
“Più in fretta che può, mi raccomando!”
“Posso quindi saltare direttamente nell’hangar?”
Lo dissi per scherzo, era una domanda retorica a cui sapevo che la risposta era già: no.
Per entrare nell’Hangar non si poteva, per motivi di sicurezza, arrivare a velocità standard ma bisognava fermarsi davanti al’ingresso e procedere coi razzi di manovra.
Solo in un’eventualità di emergenza assoluta sarebbe stata consentita una manovra simile
Proprio per quello la risposta mi sorprese.
“Sì, manovra di rientro speciale consentita. Ma solo perché mi fido delle sue capacità di pilota, anche se sono le uniche doti che Le riconosco!”
Ci doveva essere qualcosa sotto, ma non m’importava, potevo rientrare come preferivo.
Cablai e mi diressi verso l’Hangar.
Nel momento in cui dovevo raddrizzare il jet qualcosa andò storto.
Forse ero preoccupato o distratto dal pensiero del reale motivo di tutta quella fretta e sbagliai dovendo ritirare su il muso e rifare il giro.
Mentre stavo eseguendo la cablata vidi quello che ancora ricordo come fosse ieri: uno squarcio verde nello spazio e il comparire istantaneo della prima astronave che vidi in vita mia.
Gli strumenti erano impazziti ma si risistemarono subito dopo la chiusura dello squarcio.
Non era grandissima, ma comunque imponente a confronto del mio piccolo velivolo.
La parte anteriore era una mezza ellissi luminosissima, mentre nella la parte posteriore c’erano quello che io ipotizzai fossero i motori e il resto della grigia nave.
Poco dopo essersi richiuso lo squarcio, la parte ellittica cessò di emanare la forte luce.
Ora era semitrasparente, quasi come il materiale lattiginoso con cui sono composte le meduse, lasciando intravedere dei corpi muoversi all’interno.
In quel momento capii perché dovevo rientrare così ala svelta alla base.

Dopo aver coperto la distanza alloggi-sala conferenze in un tempo record, scorgo quasi subito Claudio, che si sbraccia per farsi vedere dalle prime file delle poltrone riservate agl’ufficiali.

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